giovanni masotti

Giornalista e scrittore

USA, sondaggi presidenziali: Biden davanti a Trump

Ma l’ex vice di Obama “cade” sui neri

sondaggi presidenziali usa

Quando la sua nuova e perfettina portavoce Kaylegh Mc Enany, 32 anni e un curriculum repubblicano immacolato, gli ha posato sul tavolo il fresco sondaggio elettorale di “Fox news”, una volta ribattezzata “Casa Trump”, il tycoon – già abbastanza inciprignito di suo nelle ultime durissime settimane – ha avuto un moto di stizza contro i suoi “ex amici” e ha sbraitato all’indirizzo della solerte e avvenente collaboratrice. La sindrome da accerchiamento si è impadronita di “The Donald”, da quando – nei due mesi e passa segnati dal disastro Coronavirus – le intenzioni di voto degli americani si sono rivoltate a suo sfavore. Troppe sottovalutazioni, troppi giri di valzer, troppe bizzarrie, troppa finta sicurezza, l’odiata mascherina (“il volto di un leader non può essere coperto”, ha sentenziato) indossata per la prima volta – e per pochi minuti – due giorni fa durante la visita ad uno stabilimento Ford nel Michigan. Ed ecco spiegato perché l’opaco sfidante democratico Joe Biden, ex vice di Obama, giunto alla soglia delle 78 primavere, ha effettuato un deciso sorpasso ai danni dell’iroso inquilino della Casa Bianca, che continua a puntare sulla riapertura totale degli States e non fa che decantare i successi (veri) della sua politica economica, gravemente ridimensionati – tuttavia – dall’incedere della pandemia, che non si placa e travolge posti di lavoro facendo impennare il numero dei disoccupati alla cifra record di 38 milioni di persone.

Per quello che può valere, a meno di metà anno dalla fatidica prova elettorale del 3 novembre, “Sleepy” Biden (il sonnacchioso Biden) tocca il traguardo del 48 per cento dei consensi contro il 40 del Comandante in capo, che registra una frana dell’indice di gradimento tra gli “over 65” – i più coinvolti dal terrore del Covid 19 – e tra i cosiddetti elettori indipendenti, quelli che non sono registrati né come repubblicani né come democratici, per lo più “middle class” piombata nell’incertezza.

Significa che l’impetuoso e resiliente artefice del fortunato slogan “America first”, impegnato in una guerra senza tregua per la supremazia mondiale con l’Impero del male del terzo millennio incarnato dal “nemico cinese”, è alle corde e non ha possibilità di recuperare terreno, magari attraverso la ripresa della crescita ora inceppata? Assolutamente no. Perche è il suo stesso concorrente – impegolato in una raffica di improvvide gaffes, invischiato in una storiaccia di abusi sessuali e frenato dai torbidi affari del figlio lobbista Hunter in Ucraina (guardacaso) e a Pechino – a dargli una robusta mano.

L’ultima scivolata del fedelissimo di Barack, rimasto – raccontano – senza parole di fronte alla mala parata dell’ex scudiero, è avvenuta ai microfoni dell’emittente radiofonica più ascoltata dagli afro-americani e ha suscitato sconcerto e orrore, consentendo a Trump e ai suoi di rialzare la guardia e di colpire pesante. Il malcapitato Joe, notoriamente afflitto da una leggera dislessia che ne offusca l’efficacia dell’oratoria, non ha trovato di meglio che irritarsi con il suo famoso intervistatore a causa di alcune domande da lui ritenute provocatorie e – perse le staffe – lo ha apostrofato rinfacciandogli che “se non sei convinto di votare per me, allora non sei un nero”. Le successive imbarazzanti scuse dell’aspirante presidente non hanno che allargato la frittata e provocato il riaccendersi del sorriso sulle labbra perennemente increspate di quel volpone di Donald, che ha subito affidato al figlio il compito di infierire sul capitotombolo “razzista” dell’avversario, sicuro – evidentemente – di spaccare in due il paese grazie al suo sbandierato gradimento presso la “black people”, cosa assai politicamente scorretta da spifferare.

“Sleepy” Joe, insomma, è un candidato tutt’altro che irresistibile (nonché zavorrato da un robusto armamentario di scheletri nell’armadio) e per questo Obama – entrato in campo a gamba tesa con le sue accuse di assoluta incompetenza al successore e ricambiato a stretto giro di posta con gli epiteti di “corrotto” e “cospiratore” – tenta di supplire disperatamente alle sue evidenti manchevolezze offrendosi come “scudo umano” in questa aspra contesa elettorale, sfruttando la scia del buon ricordo che ha lasciato in larga parte del popolo yankee e le sue importanti aderenze presso il mondo liberal e dello spettacolo e nella stampa che conta e che fa opinione. Non a caso si sussurra che Barack stia discretamente lavorando per affiancare al debole Joe un candidato – o meglio una candidata vicepresidente – dalla valenza altamente simbolica. Qualcuno ha tirato fuori dal cilindro il nome della “evergreen” Hillary Clinton, una collaudata marpiona, e addirittura ipotizzato l’affacciarsi all’agone della ex “first lady” Michelle Obama, donna che non ha mai smesso di nutrire la sua già positiva immagine con popolari iniziative umanitarie e benefiche. Tanto attivismo è segno che l’iroso Donald fa ancora paura ed è pienamente in lizza per il voto di novembre. Mentre la nevrosi sale e i veleni sono all’ordine del giorno. Se ne vedranno delle belle.

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