giovanni masotti

Giornalista e scrittore

Brutta aria per gli italiani a Kiev

Proteste e minacce dopo la condanna, a Pavia, del veterano della Guardia nazionale ucraina Vitaly Markiv, che – nel Donbass, 2014 – assassinò il fotoreporter Andrea Rocchelli e il traduttore russo. Dure proteste dell’ambasciatore e del neo-presidente Zelensky. Manifestazione davanti alla nostra sede diplomatica. E un parlamentare della Duma incita alla “caccia all’italiano”!

Brutta aria per gli italiani a Kiev

No, ahimè, stavolta non è una – pur odiosa – buffonata, come quella che provocò la stupita ilarità dell’Italia e di mezzo mondo. Quando – nell’autunno scorso – forse in preda al “delirium tremens” che gli scatenavano le vicine elezioni presidenziali (che lo videro infatti largamente soccombente), il “conducator” e cioccolataio di fama planetaria Petro Poroshenko – volendosi ergere a patriota senza macchia e senza paura, e senza vergogna, per recuperare il fuggitivo consenso dei connazionali – scatenò la guerra alle “pericolose spie del Cremlino” che si celavano dietro alle innocue e sorridenti fattezze di due dei nostri non più verdi e famosi cantanti, rei di essere amati e osannati dal popolo russo e di avere persino osato stringere la mano, in una o due occasioni ufficiali, del nemico giurato Vladimir Putin pronunciando “quattro parole quattro” di ringraziamento per la sua ospitalità.

Sospetto, terribile sospetto… Alimentato anche – in un’impennata di paranoia – dalla crescente tensione con Mosca per il quasi contemporaneo scontro navale verificatosi nello stretto di Kerch, passaggio verso la contesa Crimea ridiventata russa, che allontanò ancora di più i due governi e diede il là ad una nuova escalation del conflitto nell’Est ucraino, il ricco e minerario Donbass.

Ebbene, ecco il mite e pacioso Albano e il sentimentalone e sciupafemmine Toto Cutugno (“un italiano vero”) vedersi inserire di botto nella già nutrita “black list” delle occhiute autorità di Kiev in qualità di “agenti del Cremlino”. Sgraditi. Niente concerti. Niente amore e musica. Fuori dai piedi. “Si pentano pubblicamente delle loro trame, se vogliono tornare nel nostro paese”!

E vabbè… Una sesquipedale cavolata, una barzelletta che resterà sempiternamente impressa nel librone del “Guinness dei primati”. Ce n’eravamo, ingenuamente, quasi dimenticati… Ma, adesso, è molto diverso. Francamente preoccupante. Roba seria, ci sembra. Tira una brutta aria, in Ucraina, per noi italiani. Anche (e purtroppo) da parte del successore del surclassato Poroshenko – un simpatico e irresistibile attore comico quarantenne, Volodymyr Zelensky, asceso sullo scranno più alto della Repubblica ex-sovietica – siamo diventati in poche settimane infidi avversari da tenere alla larga.

Facendo di ogni erba un fascio, voilà il ferreo assioma: “italiano=filoputiniano=odiatore della nostra nazione”. Un umore e una malevolenza nei nostri confronti, che – in questi giorni – sono giunti fino a contestare la nostra giustizia e i nostri tribunali, segnando una pesante interferenza nel nostro ordinamento e nelle nostre leggi. Pietra dello “scandalo” – secondo le lenti di Kiev – la recente severa condanna inflitta a Pavia, 24 anni di reclusione, allo zelante veterano della Guardia Nazionale Ucraina Vitaly Markiv (doppia cittadinanza, pure quella italiana), ritenuto colpevole di avere assassinato nel 2014 a Slaviansk, due passi da Donetsk, il giovane fotoreporter Andrea Rocchelli, 30 anni, e il suo autista-collega-traduttore russo, che si erano permessi di ficcare il naso – per raccontare e fare il loro mestiere – nel furioso assedio dell’esercito ucraino alla cittadina in mano ai “ribelli” filo-Mosca.

L’ambasciatore di Kiev a Roma ha tuonato contro la sentenza, definendola “non fondata su prove”, e dichiarando Markiv “prigioniero politico in Italia”. Frasi gravissime, tutt’altro che smentite – o almeno attenuate – dal neo Capo dello Stato Zelinski, il quale – sulla falsariga del suo diplomatico – ha ordinato al Ministero degli Esteri e all’Ufficio del Procuratore Generale di riportare il miliziano in galera nella sua terra natale, ci auguriamo riferendosi al ricorso a strumenti giudiziari, intanto l’appello, e pienamente legali.

A questo uno-due sferrato alla sovranità e ai diritti dell’Italia sono seguite a ruota una poco amichevole manifestazione di trecento persone inferocite davanti alla nostra ambasciata di Kiev e, soprattutto, la farneticante “caccia all’italiano” evocata da un parlamentare ucraino ed ex-leader del famigerato “Pravy Sektor” (“Settore Destro”, di matrice neonazista, gruppo che ha largamente partecipato alle operazioni belliche nel Donbass a fianco e a supporto dei militari governativi). Questo signore dai modi garbati e dalla incrollabile fede nei valori democratici, Dmitry Yarosh, ha reiteratamente invitato a catturare e imprigionare gli italiani che “vanno e vengono in Ucraina per sostenere i secessionisti filo-russi “, magari “dodici alla volta”, a tenerli a lungo in gattabuia e infine a condannarli all’ergastolo. Non risulta che alcuno, a Kiev e dintorni, lo abbia criticato per questi suoi violenti comizi. Non risulta nemmeno, tuttavia, che il governo di Roma abbia profferito verbo per ristabilire la verità e sottolineare la giustezza dell’iter investigativo e processuale percorso. Forse sarebbe il caso che lo facesse.

Pubblicato su “Il Tempo”, 16 luglio 2019

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