giovanni masotti

Giornalista e scrittore

2 giugno: gli italiani stufi di parole e liturgie

Crescono esasperazione e voglia di alternativa

2 giugno

Se ce ne fosse stato bisogno – solo i finti sordi non l’avevano percepito – la giornata del 2 giugno ha dimostrato che gli italiani si sono ampiamente rotti le scatole delle parole nobili ma al vento, delle cerimonie, delle ricorrenze, degli arzigogoli su un’unità e una coesione che non c’è. C’è stata, anzi, nella fase più drammatica dell’emergenza sanitaria, e certamente non per merito di chi ci governa tra ritardi, finzioni e miracolosi “bazooka” che non sparano un colpo. C’è stata – si’ – nel momento delle lacrime e del terrore, questa univocità di intenti. Non c’è più da quando i rossogialli hanno clamorosamente fallito sul piano della ripresa, della ricostruzione, del sostegno alle imprese e alle famiglie, della risposta all’ SOS disperato lanciato dai settori penalizzati dalla crisi e dai tanti, troppi, nuovi poveri lasciati in mezzo a una strada a penare per mettere insieme il pranzo con la cena. I mastodontici decreti e i “de-cretini” sono andati avanti penosamente tra falle e intoppi della burocrazia, tra furbizie e bugie.

A causa di questa esasperazione palpabile e sofferente – lo dicevo all’inizio – gli italiani se ne infischiano ormai degli slogan, anche formalmente impeccabili, come quelli che vengono dal Colle più alto. E vogliono fatti! Pane, lavoro e fatti. Basta cincischiare e sopravvalutare un passato che non c’è più per sorvolare su un presente che richiede concretezza e se ne sbatte delle litanie pur pronunciate con le intenzioni più pure e accorate.

È per tutto questo che molte migliaia di italiani – infrangendo, forse, qualche buona regola di prudenza – hanno sentito il bisogno di scendere in piazza e di manifestare la loro rabbia, la loro protesta, la loro ansia per il futuro. Accanto ai leader della destra istituzionale, che non hanno vomitato insulti ma hanno parlato alla gente e della gente. Compostamente, ma fermamente. Duramente, ma rispettosamente. E all’ ombra del tricolore. Non come hanno fatto quei quattro “scappati di casa” dei nuovi forconi o “gilet arancioni” che siano, negazionisti e nostalgici di chissà quale becera dittatura.

Non abbiamo bisogno di chiacchiere da una parte e di improvvisati saltimbanchi dall’ altra. Servono decisione e franchezza. Quelle che non ha e non ha avuto il rissoso governo guidato – si fa per dire – dall’inadeguato avvocato Conte, specializzato in manovre di palazzo e in giochini delle tre carte. Occorre il prima possibile un’ alternativa sancita attraverso un rapido ritorno alle urne. Che solo l’ alleanza di centro-destra, pur con i suoi distinguo, può garantire. Perché la giornata della Festa della Repubblica ha avuto un vincitore chiaro: la destra istituzionale. Che ha riempito le piazze pur non avendo – per senso di responsabilità – chiamato gli italiani all’ adunata. L’ appuntamento di massa è per i primi di luglio, quando si potrà manifestare senza troppe limitazioni. Ne uscirà la proposta seria di un governo forte e coeso. Non di un uomo solo al comando, come abbiamo invece avuto in questi mesi disgraziati. Con i miseri risultati che abbiamo visto. Tra un malessere crescente, destinato ad allargarsi.

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